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S. Antonio Vecchio

Le origini della chiesa di S. Antonio risalgono ai primi anni del Duecento quando l'abate del monastero vallombrosiano di Fiumana la fece costruire in Borgo Ravaldino. Il vescovo Alberto (1203-1234) le attribuì diritti parrocchiali, pregiudicando così quelli di S. Mercuriale. L'abate di S. Mercuriale ricorse alla S. Sede che affidò la causa ad Oddone, vescovo di Cesena, che il 6 marzo 1218 attribuì a S. Mercuriale il possesso della chiesa contestata e dell'annesso ospedale.
L'abate Clario di Fiumana ricorse nuovamente al Papa che delegò come giudici Matteo, priore di S. Maria in Porto, prete Amato, canonico cantore, ed Ugo, abate di S. Maria Rotonda, che pronunciarono il loro lodo il 17 novembre 1226 stabilendo che la chiesa di S. Antonio, intitolata anche a S. Lorenzo, fosse riconosciuti di diritto di Fiumana, e che l'abate di S. Mercuriale dovesse rinnovare per sessant'anni le concessioni sui terreni e sui possedimenti oggetto della disputa; vennero inoltre stabiliti i confini parrocchiali.
Successore del vescovo Alberto fu Enrico, il cui primo documento conosciuto è un atto di concordia del 29 maggio concluso con Benedetto, abate di Fiumana, circa la giurisdizione sulle chiese donate dal vescovo Alessandro in cui riconobbe la disposizione, tra le altre, della chiesa e dell'ospedale di S. Antonio.
Nel 1253 il vescovo Richelmo ebbe vari contrasti con l'abate di S. Mercuriale tra cui quello per la chiesa di S. Antonio in Ravaldino, a cui, d'accordo con l'abate di Fiumana, aveva riconosciuto piena giurisdizione parrocchiale a danno di S. Mercuriale e di S. Maria in Casale, ottenendo anche l'approvazione del Papa.
Nacque una vertenza di cui fu arbitro Almerico, canonico di Sarsina, che emise il suo lodo il 3 ottobre 1253, in cui stabilì che l'abate di S. Mercuriale avrebbe riconosciuto i diritti della nuova parrocchia di S. Antonio, della quale furono nuovamente delimitati i confini.
Confini della Parrocchia di S. Antonio in Ravaldino del 3 ottobre 1253:
a nord: il fossato vecchio della porta dei Merloni;
a ovest: il canale dei mulini;
a sud: il fossato nuovo del comune che passava fuori porta S. Antonio;
a est: il fossato della fortezza del borgo Bonzanino, dove il confine andava a ricollegarsi col fossato antico della città e con la porta dei Merloni.
(Il fossato vecchio doveva scorrere lungo le attuali via Merenda, v. dall'Aste, v. Arsendi, ove si trova da sempre il confine tra le parrocchie di S. Mercuriale e di S. Antonio in Ravaldino)
Le controversie con l'ordine vallombrosiano non erano finite: il vescovo Richelmo, col pretesto di scandali e della dissoluzione penetrata nel monastero di Fiumana, trasferì i monaci a S. Antonio in Ravaldino, che assunse il nome di S. Maria Maggiore. Dopo oltre due anni intervenne l'abate generale di Vallombrosa revocando il trasferimento.
La questione fu portata alla S. Sede che con sentenza del 19 marzo confermò il trasferimento a Fiumana.
Nel quattrocento ci fu la definitiva rovina dell'abbazia di Fiumana.
Agli inizi del secolo, a causa delle vicende belliche che avevano opposto Forlì al cardinal legato Baldassarre Cossa, la chiesa abbaziale era distrutta ed il monastero in rovina era stato abbandonato dai monaci che si rifugiarono nella loro chiesa di S. Antonio.
In seguito alla scomparsa della chiesa di S. Giovanni Evangelista durante i lavori alla rocca di Ravaldino al tempo di Girolamo Riario e alla partenza dei camaldolesi da S: Maria in Casale nel cinquecento la parrocchia di Ravaldino estese la propria giurisdizione sul territorio urbano ed extraurbano un tempo dipendente dai camaldolesi.
Un grande sconvolgimento dell'ordine imposto a Forlì durante la sua permanenza sotto il giogo dello Stato Pontificio avvenne con la campagna d'Italia di Napoleone e con la costituzione della Repubblica Cisalpina.
A dispetto delle dichiarazioni iniziali di rispettare la religione e i suoi ministri, il 5 luglio 1797 l'Amministrazione Centrale dell'Emilia fece conoscere alla Municipalità Forlivese la propria decisione di chiudere nove conventi della città. L'ordine di soppressione venne intimato il 10 luglio. Tra questi conventi vi era quello dei Carmelitani Scalzi.
Vi furono trasferimenti di parrocchie dalle loro chiese in altre più grandi e nuove di istituzioni soppresse.
La sede della parrocchia di S. Antonio in Ravaldino fu trasferita dalla chiesa di S. Antonio vecchio (questa denominazione serviva a distinguerla dalla chiesa di S. Antonio da Padova o S. Antonio nuovo, aperta al culto nel 1647 nella attuale v. S. Pellico) a quella di S. Teresa dei soppressi Carmelitani Scalzi in cui si trova tuttora.
L'8 settembre 1797 il parroco don Domenico Giulianini ufficiò per la prima volta nella nuova chiesa.
Il 3 novembre il vicario sostituto Primicerio Tellarini, con il maestro di cerimonie ed un muratore, provvide alla sconsacrazione della vecchia chiesa di S. Antonio.
In seguito atterrati tutti gli altari e la chiesa fu adibita addirittura a stalla per i reparti di cavalleria. L'edificio fu poi acquistato dal conte Antonio Gaddi che lo ridusse a magazzino. Nella metà dell'ottocento fu anche sala da Ballo con il nome di "Gran Bretagna". Nel 1932-33 furono eseguiti lavori di restauro a cura dell'Architetto Luigi Corsini; altri importanti lavori furono eseguiti negli anni cinquanta, in seguito ai quali la chiesa è stata destinata a sacrario dei caduti di tutte le guerre.
Daniele Garavini